Appello alle donne per un 8 marzo unitario e di lotta!

Le denunce di molte attrici del cinema americano contro le molestie subite, come anche alcuni episodi avvenuti recentemente a livello locale, hanno fatto tornare alle luci della cronaca la questione dell’autodeterminazione di noi donne e della violenza che subiamo in moltissimi ambiti della nostra vita.

Spesso siamo vittime di violenza proprio nei luoghi nei quali dovremmo sentirci più protette: la famiglia, le relazioni di coppia o anche la scuola e il luogo di lavoro. Sono luoghi che dovrebbero basarsi su relazioni di rispetto e di fiducia, ma nei quali spesso prevalgono rapporti di potere e relazioni basate sullo sfruttamento e la discriminazione che ci mettono in una situazione di vulnerabilità.

Nel 2016 in Svizzera i reati registrati nella categoria violenza domestica sono stati 17’685 ossia il 38% di tutti i reati rilevanti per l’ambito domestico. Nel 48,8% dei casi di violenza domestica, la persona danneggiata e la persona accusata vivevano un rapporto di coppia; nel 25,8 per cento dei casi erano ex partner.

Nello stesso anno, la violenza domestica ha causato 19 vittime perlopiù donne (95%) e persone adulte (95%). Il 63% di questi omicidi è avvenuto nel rapporto di coppia.

In Ticino ogni giorno si segnalano alla polizia 3 casi di violenza domestica.

L’aumento delle forme più gravi delle violenze e della loro efferatezza da partner ed ex ci induce a pensare che ciò possa essere una risposta proprio alla nostra maggiore consapevolezza. E’ il caso dei molti episodi di femminicidio, la cui causa scatenante è la volontà messa in pratica o solo enunciata della donna di voler interrompere la relazione violenta o semplicemente la relazione.

Donne uccise per il fatto di essere donne, donne che si ribellano e vogliono sottrarsi all’autorità maschile, donne “colpevoli” di voler affermare la propria libertà.

I media continuano a veicolare un immaginario femminile stereotipato: vittimismo e spettacolo, neanche una narrazione coerente con le vite reali delle donne. La formazione nelle scuole e nelle università sulle tematiche di genere è ignorata o fortemente ostacolata. Dalla “giustizia”subiamo l’umiliazione di essere continuamente messe in discussione e di non essere credute, burocrazia e tempi d’attesa ci fanno pentire di aver denunciato.

Quante volte abbiamo sentito dire: “l’uomo è cacciatore e la donna è preda”, “guarda quella come va in giro, poi si lamenta se la stuprano”? Quante volte abbiamo sentito dire “se l’è cercata”?

Quanti commenti odiosi siamo costrette ad ascoltare davanti ad ogni gonna corta, ad ogni

maglietta scollata, ad ogni donna che rivendica il suo diritto di vivere la propria vita e la propria sessualità come meglio crede?

Ma la violenza si esprime anche in altre forme. Ancora oggi nel mondo del lavoro noi donne

svolgiamo generalmente lavori meno qualificati, abbiamo salari più bassi degli uomini e più spesso contratti a tempo parziale, su chiamata o contratti atipici. Il lavoro part-time riguarda soprattutto le donne e non sempre si tratta di una scelta che permette di conciliare lavoro e famiglia. Anzi sempre più il part-time è sinonimo di orari irregolari, tempi di lavoro lunghi (che si articolano su tutta la giornata) e con l’obbligo di essere sempre a disposizione anche nel cosiddetto “tempo libero”.

Inoltre, malgrado siamo maggiormente presenti sul mercato del lavoro, spetta sempre a noi

svolgere la stragrande maggioranza del lavoro di cura e domestico non riconosciuto. Con un carico di lavoro che diventa eccessivo e molto logorante.